Triangoli rossi

testi a cura di Nicoletta Fasano e Mario Renosio da testimonianze e memorie degli astigiani deportati nei campi di concentramento nazisti

con Massimo Barbero e Dario Cirelli

regia video di Riccardo Bosia

musiche scelte da Matteo Ravizza

foto di Piermario Adorno

rielaborazione drammaturgica e regia di Dario Cirelli

produzione: Teatro degli Acerbi e ISRAT - Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea AT

 

durata dello spettacolo: atto unico di 45'

 

 

GALLERY

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LA TRAMA

In scena vediamo comparire il nipote di un “Triangolo rosso” che, come ogni autunno, torna sulla collina su cui il nonno gli ha raccontato la sua storia, il suo calvario nel Lager Nazista. La storia del nonno prende vita da un diario che il nipote legge mentre guarda la valle piena di nebbia e di ricordi. Ricordi che emergono dalle parole di un altro reduce del Lager: un amico, forse un conoscente del nonno che da voce e corpo a quelle parole scritte sul diario. Le parole diventano immagini che emergono dai panni stesi al vento e che fanno da scenografia dello spettacolo.

Una testimonianza corale che prende forma in un solo ricordo scritto che il nonno ha lasciato al proprio nipote come testimonianza per “fare memoria”.

NOTE DI REGIA

“Noi avevamo sul braccio il triangolo rosso dei politici, con la matricola sui pantaloni e la piastrina al collo con il numero… E ci chiamavano solo per numero. Eravamo dei numeri. Dei numeri. "

Lo spettacolo raccoglie per la prima volta insieme i racconti degli astigiani deportati per motivi politici nei campi di concentramento nazisti. Un coro di testimonianze, frammenti di storie, confessioni si alternano alle immagini d'archivio dei campi di concentramento; queste schegge di memoria prendono vita dalle parole di un nipote che rileggendo il diario di suo nonno, che dalla nebbia ritorna, per raccontare la sua odissea: dall’arresto alla liberazione dal Lager.

La fame, la violenza, i sogni infranti contro il filo spinato, i difficili ritorni, con il loro carico di dolore e di speranza tradita per un rientro inaspettatamente difficile nella normalità, tutto viene raccontato, con parole che diventano pietre della memoria.

Siamo partiti dalle loro parole non per “descrivere” tutte le atrocità compiute, descrizione che sarebbe impossibile, ma per tentare di rendere il clima di violenza e di sopraffazione, di privazione e di sofferenza, vissuto dai deportati ed internati nei Lager Nazisti.

Le testimonianze prendono corpo sulla scena e diventano estremamente profonde grazie alla rielaborazione video di filmati d’epoca che fissano nei nostri occhi il calvario vissuto dai milioni di deportati nei campi di concentramento.

Ricordare, per noi, è un atto d’amore. Fare memoria è il testimone che i deportati ci hanno lasciato affinché i nostri figli e i nostri nipoti possano vivere sempre liberi.

RECENSIONI

"Una rappresentazione di grande forza e commozione. (...) Accompagnati da musiche e immagini (anche filmati d'epoca), i ricordi prendono forma sul palco e ripercorrono i tragici eventi di quei giorni, dall'arresto di tanti giovani sulle nostre colline fino alla vita di violenze e privazioni nei lager e poi la liberazione. Ma ci sono anche il dolore a le difficoltà del ritorno ad una normalità di chi è riuscito a rientrare a casa."

Marta Martiner, La nuova provincia

 

“È uno di quegli spettacoli che io definisco “di sostanza”, nel senso che non si regge su scenografie d’impatto, palchi sovraffolati, insomma niente fronzoli.. 2 attori, un dialogo intimo tra un uomo (Dario Cirelli) e le memorie di guerra del nonno, deportato nei campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale, che rivivono attraverso la scoperta e la rilettura di un vecchio diario; a Massimo Barbero il compito di riportare in vita i ricordi come in un fash-back di sorprendente lucidità e travolgente emotività; sullo sfondo riflesse su di uno schermo di panni stesi al vento, scorrono incalzanti in tutta la loro cruda verità immagini di repertorio originali dell’Istituto Luce, che arrivano spesso dirette come un pugno nello stomaco a dare concretezza ai racconti che riemergono dal diario del reduce.

Sostanza, dicevo, quella che al temine di uno spettacolo del genere ti lascia sbigottito, scosso, quasi incredulo..”

Piermario Adorno

 

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